Che futuro ci aspetta?

La Provincia Varese - 06/08/2016

Mario Monti, nato all’Ospedale di Circolo di Varese il 19 marzo 1943, è fra coloro che non possono rientrare nella categoria dei varesini per caso. Avverte da sempre un forte legame con il nostro territorio, ne ha reso spesso pubblica testimonianza, condivide passioni sportive e virtù appartenenti alla tradizione locale. La città gli ha tributato riconoscenza e onori, tra i quali la Laurea Honoris Causa dell’Università dell’Insubria e la Girometta d’oro della Famiglia Bosina. La sua storia di personalità dell’economia, della politica e del mondo accademico lo ha portato negli anni a maturare una capacità di leggere ed interpretare gli scenari nazionali ed internazionali che è di pochi. Con lui abbiamo discusso di difficoltà e prospettive future per il Vecchio Continente, di elezioni USA, del governo Renzi e, argomento non certo in ultimo per importanza, di Varese e delle sfide che attendono il neo sindaco Galimberti. Partiamo dall’Europa e dalle numerose emergenze che il vecchio continente si trova oggi ad affrontare. Ci chiediamo cosa stia accadendo e quali saranno gli scenari futuri. Le recentissime vicende in Turchia e le numerose difficoltà legate al tema dei rifugiati e dell’immigrazione hanno mostrato che molte cose, in Europa, non vanno. Quello che si evidenzia è il rischio di una spirale involutiva, la cui responsabilità sta anzitutto nella lentezza e inadeguatezza del Vecchio Continente a dare risposte su tematiche importanti ed urgenti. Quali sono, a suo avviso, le cause di questa spirale involutiva? In Europa esistono tre organismi che lavorano a tempo pieno e che funzionano: il Parlamento, la Commissione, la Banca Centrale Europea. Il ruolo della Commissione è formulare proposte, che debbono poi essere approvate in sede di Consiglio, dove siedono i rappresentanti dei 28 stati membri. È proprio qui che nascono i problemi. Infatti ciascuno tende molto spesso a far prevalere il proprio interesse nazionale su quello complessivo. Ciò che nella realtà capita è che ad ogni decisione o i 28 non si mettono d’accordo o, se l’accordo viene raggiunto, poi sono riluttanti ad applicarlo nel proprio Paese per ragioni di consenso nazionale. Ecco, il nodo centrale è questo: ciascun rappresentante degli stati membri partecipa una volta al mese alle sedute del Consiglio pensando a quelle che saranno le conseguenze sul consenso politico di cui gode a casa propria. Rendere più serie e meno ciniche le politiche nazionali è dunque a mio avviso l’elemento da cui partire per un miglior funzionamento dell’Europa. Due temi hanno colpito il vecchio continente, in particolare, nell’ultimo periodo. Uno è stato lo scossone economico dettato dalla Brexit, l’altro il tema dell’integrazione. Parto da una considerazione: la democrazia e i sistemi politici di tipo occidentale oggi in essere in Europa, Stati Uniti e Giappone hanno in comune in questa fase storica di preoccuparsi soprattutto del modo in cui raccogliere voti e consensi al loro interno. Così facendo perdono di lungimiranza, e ne consegue una tendenza generalizzata ad essere “follower” piuttosto che “leader”. Guardiamo alle elezioni tedesche del 1998: Kohl perse le elezioni, perché sosteneva il passaggio dal marco – amatissimo dai tedeschi – all’euro, passando però alla storia come il fautore dell’unificazione tedesca ed europea. Forse occorrerebbe più spesso avere il coraggio di guardare al di là del proprio immediato consenso ed interesse. C’è oggi la tendenza ad assumere atteggiamenti di stampo nazionalistico e populistico, che sono in realtà evidenza di un elevato tasso di demagogia. La conseguenza è la difficile integrazione internazionale, a cominciare dall’Europa. Il caso Brexit è l’esempio più evidente delle possibili conseguenze se si gioca con l’Europa a fini di politica interna. Cameron ha deciso tre anni fa di indire un referendum solo per rafforzare il suo ruolo di leader nel partito conservatore: ne è uscito sconfitto. In questo caso, poi, occorre in realtà specificare che gli effetti al di fuori dal Paese hanno portato a svegliare menti e coscienze: sondaggi che sono stati realizzati nel mese di luglio in Europa, cioè all’indomani della vittoria di Brexit, nei sei maggiori Paesi membri, hanno mostrato una crescita significativa del consenso dei cittadini a rimanere nell’Unione. Il tema relativo all’integrazione e ai profughi è invece ulteriore dimostrazione della necessità sempre maggiore di un coordinamento, su queste tematiche, fra i diversi stati membri dell’UE, che potrebbe anche sfociare in futuro in una struttura comune fra i servizi di intelligence degli stati membri. Passiamo oltreoceano, elezioni USA. Qual è il suo pronostico sull’esito finale delle votazioni e come, in caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, cambierà l’approccio americano al mondo e all’Europa? Fare pronostici è difficile, perché con la candidatura di Trump qualsiasi previsione è già stata smentita. Quello che mi sento di dire è che, comunque vadano le cose, anche nel caso non auspicabile di una vittoria di Trump, il bagno nella realtà spegnerà probabilmente atteggiamenti estremisti, anche se il punto di partenza del candidato repubblicano è tale da giustificare vive preoccupazioni. Attenzione anche a un altro aspetto, e cioè che in Europa c’è oggi la tendenza a guardare alla eventuale presidenza Clinton come al paradiso terrestre. Rispetto ad una presidenza Trump, non c’è dubbio; ma sul piano dell’apertura ai commerci e della realizzazione di più vaste aree di scambio l’America, dopo l’intensissimo passaggio dalla “lavatrice” elettorale, sarà senz’altro un Paese meno visionario e più orientato a guardare al proprio interno di quanto non lo sia stato sino ad oggi. Veniamo invece al nostro Paese. Italicum e referendum costituzionale: qual è la sua opinione in merito? La premessa, a mio avviso, è che leggi elettorali e riforme costituzionali non siano così decisive come molti pensano. I politici tendono a dire che il Paese sarebbe meglio governabile con un nuovo sistema elettorale e una revisione della Costituzione: io credo in realtà che il nodo stia altrove. Non è vero che l’Italia ha una scarsa governabilità: pensiamo alle risposte che il Paese negli anni ha saputo dare al terrorismo, alle emergenze economiche con i governi Ciampi, Amato e del sottoscritto, alla sfida dell’ingresso nell’euro con il governo Prodi. Gli italiani esprimono una domanda di governo, ciò che invece a volte scarseggia è l’offerta. Perché le decisioni da prendere non sempre sono popolari, e spesso governare con determinazione porta all’impopolarità: non tutti sono disposti a pagare questo scotto. In generale vedrei con preoccupazione un combinato di legge elettorale e riforma costituzionale che avvicinasse il nostro ad un sistema presidenziale senza contrappesi. In quel caso la mia preoccupazione non sarebbe soltanto legata ad un timore per la democrazia, in un Paese nel quale molti hanno tendenza a sottomettersi a chi viene visto come potente e durevole; ma anche al fatto che le repubbliche presidenziali in questa fase storica non si stanno dimostrando efficaci – pensiamo alla Francia – forse perché tendono ad impedire “grandi coalizioni” a volte necessarie per superare emergenze o per attrezzare un Paese alle sfide della globalizzazione. Un bilancio sull’attività del governo Renzi. Ha migliorato la situazione del competitività, non credo che chi porta la responsabilità massima del governo debba contribuire ad accentuarli con il suo autorevole esempio. Passiamo a temi più locali. Varesino di nascita, lei ha sempre dichiarato di avere a cuore la nostra città. Dopo ventitré anni di egemonia leghista, è cambiato il sindaco: che cosa si sentirebbe di suggerire a Davide Galimberti per rendere la città meglio vivibile e più attraente? Sono varesino di nascita, e di questo sono molto orgoglioso. Ricordo una puntualizzazione che tanti anni fa, ad un ricevimento al Quirinale, feci all’allora ministro Umberto Bossi. Chiacchieravamo con altri e Bossi mi accomunò simpaticamente a lui in quanto entrambi varesotti. Ma io, bonariamente, obiettai: «Ministro, “varesotto” sarà lei. Io sono “varesino”». I miei genitori – mio padre era nato in Argentina da una famiglia di emigrati varesini, poi rientrati, e lavorò a lungo a Milano – sfollarono a Varese per via della guerra negli anni 1943- 1945. Sino al 1980 ho passato buona parte delle mie villeggiature proprio a Varese, apprezzando le lunghe passeggiate al Sacro Monte e al Campo dei Fiori con papà, mamma, mia sorella e ammirando sempre, di questo territorio, le bellezze artistiche e paesaggistiche nonché la vocazione sportiva e la passione per una disciplina che da sempre amo e ho praticato a lungo, il ciclismo. Con mio padre assistetti nel 1951 ai i campionati mondiali di ciclismo su strada organizzati a Varese. Una grande emozione, che ho potuto rivivere nel 2008, questa volta in compagnia di quel grande varesino che è Alfredo Ambrosetti, al quale sono molto legato. Se un suggerimento posso sentirmi di porgere, oltre ai miei vivi auguri di buon lavoro , al neo sindaco Galimberti, è di far tornare la città ad apparire curata, come era una volta, come la conservo nei miei ricordi di bambino e come è a mio avviso nell’animo dei varesini: una vera e propria Città Giardino. Da dove partire? Anzitutto dalle piccole cose, e dunque dalla sistemazione delle aiuole, dall’eliminazione dei buchi nelle strade e in generale da un recupero dal degrado cittadino. E poi, dopo quanto è già stato realizzato per il Sacro Monte e la funicolare, dare un futuro al Campo dei Fiori e al Grand Hotel del Sommaruga, emblema della vocazione e della potenzialità turistica del territorio. Recuperare queste bellezze culturali, insieme ad una valorizzazione del patrimonio sportivo – penso anche alle discipline sul lago, al volo a vela, senza ovviamente dimenticare il ciclismo – credo sia la prima carta da giocare per un rilancio del territorio sia in ottica di attrattività turistica sia in ottica di migliore vivibilità per i residenti. Davide Galimberti nel ruolo di Assessore alla Cultura ha scelto Roberto Cecchi, che è stato suo sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali. Che apporto potrà dare nel nuovo ruolo, e date le sue prerogative professionali? Il sindaco ha nel suo staff di governo una persona dall’indiscussa competenza. Dell’architetto Roberto Cecchi, ora Assessore, ho avuto modo di apprezzare capacità e preparazione nel corso del mio Governo. È un uomo con un curriculum eminente, anche per le esperienze politico-amministrative effettuate, e gode di riconoscimento internazionale. Varese credo sia in questo senso sulla buona strada: dovrà diventare una gemma della Lombardia e dell’Italia. Se Galimberti glielo proponesse, lei accetterebbe un ruolo di amichevole consulenza a beneficio del futuro di Varese? Io sono un uomo di altri tempi, che conosce bene i limiti delle proprie competenze e ancora le considera una condizione necessaria, anche se certo non sufficiente, per una buona politica, a qualsiasi livello e dunque anche locale. Credo che Davide Galimberti abbia in questo senso tutto ciò che gli occorre per governare al meglio. Non ritengo, quindi, di poter essere d’aiuto nelle molte materie su cui lui e la sua giunta dovranno decidere. Posso però dire di essere innamorato di Varese, e che mi impegnerò a frequentare la città un po’ più spesso. Così potrò cogliere, spero, i progressi che questa nuova amministrazione saprà realizzare. Paese oppure no? Nel rispondere a questa domanda mi riaggancio a quella precedente: il governo Renzi, in soli due anni e mezzo, con la Costituzione in vigore oggi, ritenuta dal presidente del Consiglio e da molti altri un serio ostacolo alla governabilità, ha fatto molte cose tra cui varie molto positive. Importanti in questo senso le riforme strutturali in materia di economia, come il Jobs Act. L’aspetto che in realtà più mi preoccupa è una certa “diseducazione” degli italiani che temo si stia producendo a seguito di un linguaggio di governo senz’altro pieno di talento comunicativo, ma che a volte si caratterizza per un eccesso di semplificazione che tende alla superficialità, per una scarsa attenzione alla verità dei fatti, per un’irresistibile necessità di additare il “nemico”, per la tendenza a dare sistematicamente ad altri la colpa di ciò che non va. Siccome noi italiani, accanto a tante qualità, abbiamo spesso questi atteggiamenti che non aiutano né la nostra vita civile né la nostra « Il Governo in due anni ha fatto molte cose Italicum e referendum rischiano di dare troppo potere ai leader « Sono orgoglioso di essere varesino di nascita Al sindaco Galimberti dico di partire d