Canton Ticino Serve il salario minimo per tutte le categorie

La Prealpina - 19/04/2018

Un Franco sempre più debole, un Euro che conquista sempre più terreno (e non il contrario, come erroneamente riportato nell’articolo uscito ieri su queste colonne).

Fa discutere la conseguenza diretta di questo rapporto monetario, cioè gli stipendi dei frontalieri “asciugati” dal cambio sfavorevole. Senza contare le imprese che chiudono e le condizioni di lavoro non sempre idilliache. Il Canton Ticino, seppure molti pensino il contrario, non è il paese dei balocchi. Certo, lì ci sono alcuni stipendi che molti italiani si sognano, ma tutto l’oro non luccica come sembra. Lo conferma anche Sergio Aureli, responsabile dei frontalieri di Unia, vale a dire il principale sindacato d’oltreconfine: «I problemi dei frontalieri che poi innescano ripercussioni su tutti gli altri lavoratori – afferma il sindacalista – è che finché non ci sarà un livello di salario minimo in tutte le categorie, le aziende non assumeranno in funzione della qualità, ma in base alla disponibilità di pagare meno i lavoratori». Ed è chiaro dunque che un italiano si accontenta più facilmente di una cifra più bassa rispetto a uno svizzero, perché arriva da un Paese dove la maggioranza delle persone porta a casa 1.000-1.300 euro al mese.

«Noi invece – aggiunge Aureli – vorremmo che si puntasse maggiormente sulla qualità del lavoro. E, in tal senso, la politica deve avviare delle sinergie affinché le aziende non rincorrano il ribasso degli stipendi. Purtroppo abbiamo a che fare con imprenditori che sfruttano i lavoratori, conoscendo la loro necessità di portare a casa uno stipendio, e quindi giocando al ribasso». A inizio 2015, molti imprenditori tagliarono salari, tredicesime e quattordicesime, e ora non intendono riportare le cifre e i benefit ai livelli precedenti. In tal senso, però, Aureli non è preoccupatissimo: «Le fluttuazioni del franco – aggiunge il dirigente di Unia – sono la storia di questo territorio. A volte scende, a volte sale. Va a periodi».

La situazione è invece di stallo per quanto riguardo l’accordo fiscale tanto temuto fra Italia e Svizzera che, secondo il timore di lavoratori frontalieri e sindacati, avrebbe potuto rappresentare una stangata fiscale: «Attendiamo il nuovo governo italiano e il nuovo ministro dell’Economia – conclude Aureli – e valuteremo come agire in base a cosa succederà».

Frontalieri e trasporti Svizzera più morbida

Mai come in questi ultimi mesi la Svizzera guarda all’Italia, con aperture importanti, per uscire anche da una serie di impasse che, suo malgrado, la vedono coinvolta e legata a doppio filo con il Belpaese. Trasporti, economia, occupazione, ma anche sicurezza internazionale, tutti temi sui quali non solo Berna e Roma ma anche Milano e Bellinzona si trovano a trattare.

L’elezione di Attilio Fontana a Governatore lombardo è stata infatti ben vista da questa parte della frontiera anche per la sua conoscenza di una serie di questioni che si è trovato ad affrontare come borgomastro di Varese. Sul fronte dei trasporti il Ticino si trova, sembrerà difficile crederlo, in una sorta di imbuto difficile da gestire: AlpTransit porta bene ed in velocità le merci dal Nord Europa fino al Gottardo ma trova poi una sorta di rallentamento dovuto al fatto che la Confederazione ha pianificato e posticipato il completamento dei lavori a Sud delle Alpi, da Lugano a Chiasso per intenderci, solo dopo il 2050.

Non è un caso se martedì le delegazioni diplomatiche di Svizzera ed Italia, insieme ai sindaci di Lugano, Marco Borradori e di Genova, Marco Bucci, abbiano sottoscritto un patto di collaborazione tra le due Città che permetterebbe a Lugano di fare un pressing su Berna con un gioco di sponde. Genova, come ha detto il sindaco Bucci, vuole essere il mare della Svizzera ma per Borradori c’è in gioco anche altro: «la realizzazione in tempi sostenibili del prolungamento di AlpTransit a sud di Lugano – dice – con il collegamento alla rete ferroviaria italiana, quale completamento del corridoio Genova-Rotterdam, è oggi una priorità per il trasferimento del traffico merci su rotaia e lo sviluppo della competitività dei due Paesi». Anche sul piano dell’occupazione, o dell’invasioni di italiani che lavorano in Ticino, in Svizzera, ci sono novità. La destra anti frontalieri a Ginevra, alle elezioni cantonali per il rinnovo del Parlamento di domenica, ha avuto una forte battuta d’arresto. Il Mouvement citoyens genevois (MCG) – movimento cittadini di Ginevra – ha infatti perso 9 seggi su 20 che ne aveva, a favore dei partiti tradizionali di sinistra.

Era chiaro che tale movimento populista sarebbe stato indebolito dalla concorrenza del nuovo partito “Genève en Marche”, creato fra l’altro da Eric Stauffer, fondatore proprio di MCG. Tre seggi sono poi stati persi dall’UDC. Un rovesciamento di fronte, una “normalizzazione” del cantone che confina con la Francia – come l’ha definita la stampa romanda – che alle latitudini italiane, lombarde, può forse voler dire poco ma che apre una serie di riflessioni anche per il Ticino, dal momento che il prossimo anno si vota anche qui per il rinnovo di Governo e Parlamento. I cantoni di frontiera risentono tutti della pressione migratoria ed occupazionale ma saranno ancora gli slogan contro i frontalieri a permettere ai partiti che oggi hanno maggioranza relativa – Lega dei Ticinesi in testa – di poter conquistare altri seggi?

La preoccupazione di Berna in questo periodo, tuttavia, non sono le singole prese di posizioni politiche legittime locali: alla Segreteria di Stato della Confederazione, infatti, hanno gli occhi puntati sulla creazione del Governo italiano. C’è timore che chi arrivi dopo i Dem possa modificare, magari con pannicelli caldi, l’intesa su Fisco e frontalieri siglata nel 2015 a Milano tra i due Paesi. Un timore che, dicono a Palazzo federale, si sta traducendo con una serie di colloqui diplomatici dall’esito molto incerto.