Canton Ticino «Molte aziende se ne andranno»

La Prealpina - 03/05/2017

“Prima i nostri”, il referendum approvato dalla popolazione del Canton Ticino e che dovrebbe applicare la “preferenza indigena” nelle assunzioni, inizia a scricchiolare. Nei giorni scorsi è infatti emersa che la normativa possa essere estesa anche laddove si debba rinnovare un permesso a un lavoratore straniero. Una proposta a cui si è opposto Alberto Siccardi, patron di Medacta, italiano e ticinese di adozione, vale a dire una delle principali aziende del Canton Ticino.

Oltre a guidare una realtà leader mondiale nella produzione di protesi mediche, Siccardi, ironia della sorte, era proprio nel comitato promotore di “Prima i nostri” salvo, ora, cambiare idea.

«Se Prima i nostri sarà applicato alla lettera, molte aziende se ne andranno – si legge in una nota -. È impensabile che delle imprese con tecnici stranieri importanti debbano ogni cinque anni, al rinnovo dei permessi, rischiare di dover licenziare uno straniero e assumere uno svizzero/residente, se questo – come si legge nella proposta di legge – ha le stesse qualifiche» .

E ancora: «Ma la cosa più grave – prosegue Siccardi – è che di questa intenzione non si è mai parlato, né nel testo dell’iniziativa, né nel materiale promozionale, e credo fermamente che se i ticinesi avessero saputo che al rinnovo dei permessi bisognava valutare di licenziare uno straniero per eventualmente assumere un residente o uno svizzero, non avrebbero assolutamente votato a maggioranza questa sciocchezza».

D’altronde è comprensibile: gli imprenditori illuminati sanno come sia importante tenersi stretti un operatore bravo e formato. Ma se questi, ogni cinque anni, rischia di farsi soffiare il posto da uno svizzero, viene meno la continuità aziendale, con l’impresa potenzialmente costretta a ripartire da zero nell’integrazione del nuovo dipendente.

«Se preso alla lettera – dice ancora l’imprenditore – è un articolo di legge demenziale e inattuabile. Semplicemente perché questo residente non potrà mai avere la stessa esperienza di chi ha lavorato per cinque o più anni in un’azienda, le sue relazioni internazionali e la sua conoscenza dei prodotti. È una contraddizione in termini e le qualifiche non c’entrano. Si distruggeranno le strutture delle imprese. Sono pronto anche a un confronto pubblico sulla necessità per le aziende ad alto valore aggiunto di assumere anche stranieri (non necessariamente frontalieri, anche americani, francesi, olandesi, …) perché non si trovano in Ticino».

Ma davvero le imprese che subiranno questa proposta, e che magari sono arrivate in Svizzera proprio delocalizzando dall’Italia, tornerebbero nella Penisola e quindi fra le braccia della burocrazia e del fisco tricolore?