Campo dei Fiori «Grand Hotel, gioiello sano»

La Prealpina - 12/06/2020

e ne sta lassù da oltre un secolo, con le “radici” ben piantate nella roccia carsica della montagna e i suoi sette piani fuori terra proiettati verso il cielo. Ha superato indenne due Guerre mondiali, il gelo degli inverni che qui – a oltre 1.000 metri di quota – sa essere davvero duro, e pure il peso della selva di antenne che nel corso del tempo gli è stata appoggiata sul tetto. E ancora oggi non fa una piega. Ma il Grand Hotel Campo dei Fiori, lo storico albergo liberty che ora la proprietà vorrebbe ristrutturare, è davvero così solido? Secondo l’ingegnere varesino Riccardo Aceti, relatore di una tesi di laurea di due studenti del Politecnico di Milano su questo edificio, la risposta è sì.

Radici nella montagna

Proprio gli studi redatti nel 2016 da Alice Di Simone e Michele Monhurel, che hanno ripreso in chiave “ingegneristica” un lavoro precedente di Marco Colnago e Cristina Monesi, della Scuola di Architettura, sono stati donati ai rappresentanti della società proprietaria dell’immobile, che ne ha fatto una sorta di punto di partenza per l’analisi del progetto di rilancio. «Quest’opera – spiega Aceti – può e deve essere recuperata: lo scheletro della struttura è assolutamente sano». Com’è possibile che altri edifici ben più recenti si stiano sbriciolando, mentre il Grand Hotel, esposto da oltre cent’anni alle intemperie e senza manutenzione ormai da mezzo secolo, non mostri segni di cedimento? «Perché all’epoca fu creata una sorta di zoccolo sotterraneo che è ancora un tutt’uno con la montagna – risponde l’esperto -. Ma più in generale, per due motivi: il primo è che a quel tempo non c’erano ancora teorie ingegneristiche tali da permettere risparmi nei materiali, quindi si applicava un criterio di sovraresistenza; il secondo è che la tipologia carsica della roccia e la morfologia del pendio hanno costretto ad ancorare molto bene la struttura al terreno».

“Il monitore tecnico”

Già poco dopo la sua edificazione, l’edificio progettato da Giuseppe Sommaruga con l’ingegner Giulio Macchi, “papà” dell’Aermacchi, ottenne grandi lodi proprio per le sue caratteristiche: il 10 giugno 1913 “Il monitore tecnico”, giornale di ingegneria, dedicò ampio spazio a questo progetto, descrivendolo come innovativo e all’avanguardia. «Il Grande Albergo Campo dei Fiori e l’annesso ristorante – si legge nel documento dell’epoca -, con tutte le masse di contorno e di basi, costituite dai giganteschi speroni, che conferiscono imponenza a quella creazione d’assieme, offrono invero delle caratteristiche speciali, non solo dal lato architettonico, pel pregio della composizione delle facciate e dei particolari, ma anche da quella della distribuzione planimetrica, che dinotano ancora una volta nel Sommaruga quella bella fusione fra il geniale ideatore di nuove forme architettoniche e l’accurato compilatore di ottimi piani ed organismi di distribuzione».

Gli interventi

«Per recuperare edifici di questa vetustà – prosegue l’ingegner Aceti – normalmente ci si preoccupa prima di tutto dello stato di salute della struttura, che spesso obbliga a demolire o a mettere in sicurezza. Qui invece no». Per questo, a prescindere da quelle che saranno le scelte della proprietà, un’eventuale ristrutturazione potrebbe anche procedere per “lotti funzionali”, ossia recuperando e aprendo un piano alla volta nel corso del tempo, «partendo dal fatto che qui non si dovranno compiere stravolgimenti strutturali – precisa l’esperto -, anche se è probabile che lo sviluppo dell’intervento sarà fin da subito improntato alla riqualificazione completa». Sulla durata di un eventuale cantiere, Aceti non si sbilancia, precisando però che la progettazione di un lavoro di questo tipo richiederebbe circa un anno.

Funicolare e ristorante

A poca distanza dal Grand Hotel si trovano il ristorante Belvedere e la funicolare abbandonata: il primo è della stessa proprietà dell’albergo, la seconda invece è pubblica. «Il ristorante versa in condizioni peggiori rispetto all’hotel – spiega Riccardo Aceti -, ma è ovvio che il recupero di quest’ultimo sarebbe un passo importante per la riqualificazione di tutto il complesso». Sulla funicolare poi l’ingegnere varesino invita a puntare in maniera decisa, ripensandone però l’accessibilità da valle: «In quest’ottica – conclude – sarebbe interessante realizzare una stazione di interscambio, magari al posto dell’attuale antistadio del “Franco Ossola”, prevedendo poi un primo livello polifunzionale e spostando il campetto di gioco su un secondo livello, realizzando così una copertura verde. Da questa stazione di interscambio potrebbero partire gli autobus per le stazioni delle funicolari di Sacro Monte e Campo dei Fiori, ma anche per la Schiranna».