Camera di commercio Messina, torna il consiglio ma non gli imprenditori. Il calcio insegna

Altra Testata - 17/07/2017

Dopo anni di oblio e commissariamenti, il nuovo consiglio della Camera di commercio di Messina è pronto a insediarsi. Lo conferma l’ente camerale, annunciando che, “con nota  dell’assessorato regionale  alle  Attività  produttive (n. 3970 del 27 giugno 2017), lunedì 17 luglio alle 10.30 s’insedierà il consiglio camerale. Nel corso della seduta, sarà eletto il presidente che guiderà la Camera di commercio per i prossimi cinque anni”.

Un traguardo che la dice lunga sulla forte condizione di arretratezza in cui versa Messina ma di cui Bruno Mancusorivendica in ogni caso la paternità, “Dopo anni di commissariamento – rileva il senatore di Alternativa popolare – che hanno impedito la partecipazione delle varie categorie economiche alla gestione per la Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura di Messina, l’assessore regionale alle attività produttive dovrà procedere all’insediamento dei nuovi organismi di gestione dell’Ente, dopo averne individuato con proprio decreto i criteri di composizione. Superato il rischio della perdita dell’autonomia operativa dell’ente camerale di Messina, grazie alla proposta presentata in Senato e recepita dal Governo Nazionale che ne salvaguardava l’autonomia”.

Se e quali saranno i benefici di questa conquista, o riconquista, si avrà modo di scoprirlo a breve. Messina, in termini diproduttività e occupazione, fa parte a pieno diritto di una delle regioni più povere d’Europa. Situazione, questa, comprovata dal costante calo demografico e dall’ennesima, indegna vetrina mediatica cui gli abitanti sono stati condannati a livello nazionale: il fallimento, il terzo in 24 anni, della locale squadra di calcio professionistica. Specchio, questo, di una città morta e sepolta ancora prima che gli incendi la devastassero, ancora prima che lacrisi idrica la prosciugasse, ancora prima che montagne di rifiuti la sommergessero, ancora prima che la sede dellaBanca d’Italia evaporasse, ancora prima che l’autonomia dell’Autorità portuale defungesse, ancora prima che laGiunta Accorinti e il Consiglio comunale che, sotto banco ma nemmeno tanto, la sostiene le dessero il colpo di grazia.

Tutte queste sciagure, insieme a tante altre, sono semmai la conseguenza dell’inerzia perenne di un popolo per lo più senza nerbo, senza ambizione, senza orgoglio. Talmente ripiegato su se stesso da obbligare, chi non vuole arrendersi, ad andare via. In una terra dove gran parte della gente vive, e talvolta muore, di calcio, inanellare tre fallimenti – questo per quanto riguarda la sola squadra principale – in 24 anni è sintomo evidente di una classe imprenditoriale che non esiste, di un’economia stagnante. Con l’unica speranza residua che i soldi arrivino da fuori.

Proprio perché la macchina produttiva è limitata ad alcune piccole realtà, strangolate peraltro da gabelle ingiustificate, che da sole non riescono a soddisfare l’intera offerta lavorativa, sarebbe auspicabile incentivare tutte quelle attività capaci di attrarre denaro e ricchezza dalle altre regioni d’Italia o dall’estero. Il turismo è una di queste. L’altra potrebbe essere data dai commerci che, dal Ponte sullo Stretto e dall’alta velocità ferroviaria, trarrebbero un impulso straordinario.

Se ciò accadesse, se Messina tornasse fiorente e civile come si dice fosse prima del terremoto del 1908, ma anche negli anni Sessanta, Settanta e, perché no, Ottanta, una sola squadra di calcio tra i professionisti potrebbe perfino non bastare. A quel punto, più nessuno potrebbe mettere in discussione l’autonomia della Camera di commercio, la presenza della Banca d’Italia, i servizi essenziali e no, l’acqua e quant’altro. Ma, perché ciò accada, occorrerebbe una popolazione con gli attributi. Una popolazione che, tranne rare eccezioni, risiede certamente altrove ma non in riva allo Stretto.