Busto Arsizio Tessuti lunghi un secolo

Cento anni per un topolino: «Lo abbiamo scelto come simbolo perché le famiglie storiche di Busto, per distinguersi usavano dei soprannomi e noi eravamo i Crespi “ratiti”, che sta per topolini» spiega Michele Ferrario, titolare della Tintoria Giovanni Crespi. Da 100 anni, l’attività avviata dal suo bisnonno resiste alle periodiche crisi che hanno decimato il settore, portandolo solo negli ultimi dieci anni a perdere il 35% degli addetti. Di settimana scorsa è la notizia della chiusura delle Tessiture di Nosate, altra storica ditta che nella filiera si colloca tra i greggisti. La Crespi rappresenta invece un segmento successivo, quello della nobilitazione dei tessuti, che vengono preparati per poi confezionare camicie, abiti e arredi.

Nella città che fece da traino all’intera industria tessile italiana sono rimaste solo due aziende del genere, entrambe a ridosso di piazza Manzoni, dove un tempo era campagna ed oggi è parte del centro cittadino: «Non solo la città. È cambiato il mondo. Con la crisi del 2008, nel giro di un paio d’anni, avremo perso metà del fatturato. Impensabile tornare ai livelli precedenti. Quest’anno, poi, che siamo entrati in recessione, ci aspettiamo un nuovo contraccolpo e per molti saranno mesi decisivi per capire se sia il caso di andare avanti, come insegna la vicenda della Nosate. Si resiste con ricerca, tecnologia e attenzione all’ambiente, ma sono tutti valori che stentano a venire riconosciuti, così come non viene tutelata, in un mercato globale senza regole, la giusta retribuzione della manodopera. Diventa allora difficile reggere la concorrenza e insieme giustificare prezzo e valore aggiunto», spiega Ferrario che non nasconde le difficoltà, né nasconde le incertezze per il futuro.

«Lavoriamo a ritmi frenetici, un tempo inimmaginabili, che ci portano a trattare un milione di metri di tessuto ogni mese, con tempi di lavorazione che durano al massimo una settimana. Eppure, i volumi sono appena efficienti a galleggiare. Nel nostro caso specifico, poi, siamo molto legati al destino dei nostri clienti».

Insieme a Massimo Bozzone, direttore di produzione, si entra nei cosiddetti shed, particolare forma di capannone, risalente ai tempi in cui il tessile bustocco ancora ruggiva: finissaggio, candeggio, bruciapelatura, sbozzima, sanforizzazione, mercerizzazione sono alcuni dei procedimenti che alla Crespi danno lavoro a 83 persone.

Tanto basta per guardare oltre gli ostacoli: «Stiamo pensando di festeggiare il centenario aprendo le porte alla cittadinanza, per visite guidate tra i reparti», informa il titolare. Dietro ai capannoni, la villa padronale è ormai chiusa, mentre di lato all’ingresso sulla via Pellico è lo studio e sala ricevimenti, dove tra i rami e il mobilio antico campeggiano i ritratti del fondatore e della figlia, nonna Lucia, che sposò un Ferrario e se ne separò, evento raro e scandaloso all’epoca, riuscendo tuttavia a restare nella fabbrica del padre, dov’era rispettata e temuta, come ancora ricordano i dipendenti più anziani.