Burocrazia indigesta

La Prealpina - 05/12/2019

Capita spesso in pausa pranzo o a fine serata. in pizzeria, rosticceria, paninoteca: non c’è tempo per portare via, meglio mangiare qualcosa sul posto. Eppure non ci sono tavoli e c’è confusione, bisogna servirsi da soli. E qualcuno rinuncia: la mancanza di servizio che manda via il cliente. Ecco perchè gli artigiani sono preoccupati: vorrebbero far consumare sul posto i loro prodotti. Un problema che coinvolge 117mila imprese ogni anno in Italia, 961 nella sola provincia di Varese. Il cibo degli artigiani, insomma, fa indigestione di burocrazia. Lo ha spiegato ieri Cna Varese, ( Agroalimentare, Turismo e Commercio), presentando una ricerca sulle aziende che confezionano e somministrano cibo. Per scongiurare il pericolo di abusivismo e consentire alle persone di consumare il prodotto in loco, gli artigiani devono ottenere il titolo commerciale di esercizio di vicinato, che permette di vendere altri generi alimentari oltre ai propri. Conseguire questa qualifica però significa affrontare una serie di adempimenti, presentare planimetrie e piani di agibilità, e frequentare un corso dalle 120 alle 140 ore. In alcune regioni le imprese artigiane non possono dotarsi di tavoli, ma solo di sgabelli, mensole o piani d’appoggio. Le attività di vendita inoltre sono sottoposte ad accertamenti e controlli da parte di numerosi soggetti, dai Nas, al medico veterinario, alle guardie ecologiche. Un iter burocratico che scoraggia l’imprendi – toria artigianale, come dimostrano i 700 laboratori chiusi negli ultimi sei anni. Un dato che attesta una mancanza di attenzione dello Stato, denunciata dallo studio di Cna, che mette nero su bianco anche delle proposte. «Con questo lavoro proponiamo una serie di interventi per modernizzare il quadro normativo – dichiara Luca Mambretti, presidente Cna Varese (nella foto) – bisogna definire l’attività prevalente dell’artigiano per non lasciare spazio ad interpretazioni arbitrarie e complicare la vita ai lavoratori». La ricetta giusta sarebbe quella di ripristinare il criterio di prevalenza dell’artigiana – to sulla vendita, in base a due parametri: il tempo di preparazione degli alimenti, maggiore rispetto alla fase di compravendita, e i ricavi, più alti per i prodotti propri rispetto a quelli accessori. Una misura che permetterebbe anche di aiutare l’ambiente. «Questi locali possono fornire per legge solo posate e bicchieri di plastica usa e getta» chiarisce Mambretti, che sottolinea come in caso contrario si potrebbero tranquillamente usare quelle in acciaio. Tutti fattori che «rendono indispensabile intraprendere un percorso comune con le Regioni» conclude il presidente di Cna Varese «perché aggiornare la legge quadro per l’artigianato è diventata una necessità fondamentale».

La moda del mangiar fuori porta incassi per 85 miliardi

-Secondo il rapporto di Cna in Italia sono 117mila le imprese artigianali che producono e somministrano cibo. Sono quasi 400mila gli addetti impiegati. Nonostante gli italiani siano da sempre abituati a consumare i pasti in casa, pranzi e cene fuori sono in aumento, per una spesa complessiva di circa 85 miliardi di euro l’anno, pari a 1520 euro pro-capite. In base ai dati della Camera di Commercio di Milano, negli ultimi cinque anni, il comparto del food and drink ha generato una nuova assunzione ogni cinque addetti, e le imprese artigiane del settore dal 2013 sono cresciute dell’1,6%. Nella sola provincia di Varese si contano 457 tra birrerie e pizzerie al trancio, 231 locali che vendono pane e pasta fresca e 273 tra pasticcerie e gelaterie. Un settore in crescita nel suo complesso, ma che in sei anni ha visto calare dello 0,9% il numero delle attività artigiane che producono e vendono nello stesso luogo. In linea con questo trend negativo, hanno chiuso 700 laboratori artigianali. Le ragioni sono da ricercare nelle difficoltà burocratiche e nel numero eccessivo di adempimenti che pesano sulle imprese .