Bouchet «Voglio un ruolo da cattiva»

Gli esordi americani li racconta con piacere, storce il naso quando si parla dei film che in Italia l’hanno resa famosa, quelli che Renzo Montagnani chiamava “di chiappa e spada”. Poi sbotta: «Alla mia età non posso essere ancora simbolo del sesso. La mia natura è comica ma mi sono stancata, voglio un bel ruolo da signora molto cattiva. Mi basta che mi dicano “azione” e mi sembra di essere onnipotente, posso fare qualsiasi cosa. Ho cavalcato, sciato, girato con un boa senza averlo fatto prima».

Barbara Bouchet ripercorre tutta la sua carriera intervistata da Steve Della Casa e dal giornalista di Prealpina Diego Pisati. Un racconto alternato a spezzoni di pellicole che l’hanno resa celebre, da Casino Royale a Milano Calibro 9, da Spaghetti a mezzanotte a Gangs of New York di Martin Scorsese. Il Baff sbarca a Varese alla Camera di Commercio e il presidente Fabio Lunghi garantisce l’impegno a fare squadra e a pensare altre produzioni importanti, come quella del Suspiria di Luca Guadagnino.

Barbara Bouchet dimostra di non avere perso né bellezza né ironia. Parte dai suoi 12 anni, quando lasciò la Germania, andò in America, lavorò nei campi di cotone e poi approdò a Los Angeles in cerca di fortuna. «Feci Kelinda in Star Trek e ancora mi chiamano a ogni convention – dice – In Casino Royale c’erano attori famosi, da David Niven a Woody Allen, ma io non sapevo chi fossero. A me importava lavorare. Feci tanti piccoli ruoli finché Otto Preminger mi prese a contratto per sette anni. Dopo due gli chiesi di rescinderlo, aveva detto no a una proposta per me. Arrivai a Cannes e conobbi Carlo Ponti». Con Michelangelo Antonioni ci fu un incontro fugace a Londra, lei passò a un film prodotto da Charlie Feldman.

Colpo rovente fu il primo titolo nel nostro Paese. Arrivarono le pubblicità, il fidanzamento con Omar Sharif («che però passava tutto il tempo al casino»).

Per l’Anatra all’arancia di Ugo Tognazzi accettò una parrucca di capelli corti e neri, perché la primadonna era la bionda Monica Vitti («mi ha fatto piacere non essere la Bouchet bionda con gli occhi celesti, a noi attori piace travestirci; Ugo e la Vitti si facevano la guerra e il mio ruolo crebbe»).

Pisati le chiede se avesse la percezione della risposta del pubblico, dopo Milano Calibro 9 e lei, rivedendosi in Nelly che balla sinuosa, rivela che l’hanno «chiamata per un sequel, ma spero non vogliano farmi salire sul cubo, sarò Nelly che tutti pensano morta e invece ha un figlio dal personaggio interpretato da Gastone Moschin, sarà Cesare Bocci». Si gira in luglio, intanto si prepara il film di Checco Zalone che uscirà a Natale e del quale ha divieto di parlare.

I ricordi spaziano dalle trasmissioni salutiste all’epoca in cui, non sapendo nuotare, Maria Teresa Ruta era la sua controfigura. «Avevo deciso che a 39 anni avrei lasciato il cinema – dice – Non si può fare il simbolo del sesso a 40 anni. Mi sono annullata per 12 anni per tornare in ruoli diversi. Poi feci il provino per Scorsese. Un ruolo piccolo, avrei accettato anche muta». Metti la nonna in freezer le ha dato un’altra occasione e un Nastro d’argento, «una rivincita dopo 120 film». Della fama del figlio chef, Alessandro Borghese, è orgogliosa. «Ma a chi mi chiede “lei è la madre di” rispondo “Anche” – dice evidenziando di essere molto di più – Voglio recitare un bel ruolo. Non prenderò un Oscar, ma un David di Donatello non mi dispiace».