Alle Ville Ponti il futuro dei pensionati

La Prealpina - 16/11/2018

Non solo D’Alema e Martina. Il programma di “Qui si fa il futuro”, dodicesimo congresso del Sindacato pensionati italiani Cgil Lombardia in corso alle Ville Ponti a Varese, è ampio e articolato. Ieri mattina il saluto introduttivo è stato affidato al sindaco del capoluogo Davide Galimberti, poi il dibattito ha preso ufficialmente il via con le relazioni del segretario uscente del sindacato lombardo Stefano Landini e di quello della Camera del lavoro territoriale Umberto Colombo.

Nel pomeriggio, prima della tavola rotonda con i leader politici, a salire sul palco è stata invece Elena Lattuada, segretaria generale della Cgil Lombardia.

Il congresso proseguirà anche oggi, con la ripresa dei lavori a partire dalle 9.30. Alle 11.30 a fare un riassunto della due giorni ci penserà il segretario generale di Spi Cgil Ivan Pedretti. Dopo il pranzo comunitario in programma alle 13, l’ultimo atto sarà una sessione riservata ai delegati, durante la quale verranno compiuti gli adempimenti congressuali e statutari.

 

Dobbiamo ripartire da zero

 

“Qui si fa il futuro”. Un titolo che può sembrare quasi un ossimoro, perché sul palco delle Ville Ponti ci sono i protagonisti di oggi e di ieri, dal segretario del Partito Democratico Maurizio Martina all’ex premier Massimo D’Alema. Il messaggio però è chiaro, la sinistra dopo le ultime sconfitte elettorali deve ripartire, in Lombardia come in tutto il Paese. Così agli ospiti del dodicesimo congresso regionale del Sindacato pensionati italiani Cgil viene sottoposto un quesito semplice e complesso al tempo stesso: da dove si può ricominciare? Martina invoca un «foglio bianco», «una discussione profonda» che coinvolga tutto e tutti. «Dobbiamo renderci conto della profonda insufficienza che abbiamo a leggere cosa è successo negli ultimi dieci anni. La crisi ha cambiato le idee che i cittadini hanno delle istituzioni, il rapporto che esiste tra le persone e il lavoro. O c’è una rifondazione completa del nostro pensiero o non ne usciremo mai».

Una sfida radicale che vede il Pd e tutta la sinistra arrancare rispetto agli avversari: «La destra ha cambiato profondamente la propria pelle, passando da liberista a sovranista; noi siamo rimasti sostanzialmente fermi alla fine degli anni ‘90. Ci serve un’idea di società nuova: occorre indicare alcuni valori e prenderli come bussola di riferimento. Cosa significa lavoro adesso? Che centralità deve riacquistare oggi? Noi non possiamo essere conservatori. Se abbiamo pagato un prezzo salato, soprattutto in Europa, è perché la sinistra è stata conservazione e non cambiamento».

La sala applaude, Martina cita la Costituzione, l’articolo 3 e fa mea culpa: «Gli elettori non ci hanno capito perché noi abbiamo sbagliato risposta».

Dopo di lui prendono il microfono l’ex deputata Luciana Castellina, il segretario nazionale di Spi Cgil Ivan Pedretti e Cecilia Corsaro, studentessa che pone il tema dell’impegno dei giovani in politica. Centrale per tutti è la necessità di riconquistare quella società che la sinistra ha perduto. Il clou della tavola rotonda però si tocca con l’ex premier. D’Alema inizia cauto: «Sarei tentato da fare un discorso politico, ma mi limiterò a un’analisi della sinistra in Europa negli ultimi anni». Intenzione che dura poco, perché parlando dell’Inghilterra di Tony Blair si toglie un primo sassolino dalle scarpe: «Lui non è mai stato un rottamatore. Era un uomo intelligente». Risate e applausi, poi la discussione torna seria: «Le forze socialiste oggi più vitali sono quelle che hanno compiuto scelte coraggiose e nette in termini di discontinuità, è successo in Portogallo come in Spagna. Dobbiamo riscoprire le nostre radici: o combatti le disuguaglianze o non hai ragione di esistere. Si può parlare di sconfitta elettorale, certo, ma perdere le elezioni ci può stare. Il problema è che qui si è perso il senso della sinistra, si è spezzato un rapporto sentimentale tra noi e il nostro popolo».

Il 4 marzo, secondo D’Alema, non ha vinto «la destra con la sua politica della paura, ma il rancore di un popolo che si è sentito tradito dalla sinistra e che ha votato per quello che di più simile rimaneva, per chi diceva che bisognava aiutare i poveri e combattere i privilegi. In assenza del prodotto autentico la gente ha votato per un succedaneo».

L’ex premier afferma che con i Cinque stelle si poteva valutare un’alleanza, mentre alla Lega riconosce la capacità di capitalizzare il dissenso – operazione che non riesce a una sinistra “disarmata” – e profetizza un futuro di governo.

«Abbiamo ferito insegnanti e sindacati con la Buona scuola e il Jobs act; sono la nostra gente, ci possiamo discutere ma non possiamo mettere loro le dita negli occhi. Il punto da cui ripartire è uno solo: non dire al Paese che ha sbagliato non votandoci, ma ammettere che l’errore è stato nostro e cercare assieme una strada nuova».