Alitalia Se l’azienda fallisce in 20mila senza lavoro

Il referendum sul pre-accordo Alitalia «lo abbiamo indetto noi per senso di responsabilità e perché ci sentiamo obbligati a sentire i lavoratori», ai quali però «le cose vanno dette come stanno. Sarebbe un disastro se l’azienda fallisse». Lo ha affermato la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, sostenendo che «è molto meglio accompagnare un piano industriale serio, anche con sacrifici che fanno male, ma con una visione del futuro, che far fallire un’azienda. Altrimenti ci sarà una grande compagnia in meno e 20 mila disoccupati in più».

Furlan è tornata a sottolineare che «l’accordo è stato difficile e doloroso». Ma, ha ripetuto, «quando un’azienda fallisce non si tutela più nessuno, questo deve essere molto chiaro nella testa delle persone».

«Credo che il lavoro che abbiamo fatto in un confronto difficilissimo con l’azienda, alla presenza anche del Governo, sia stato proprio per evitare la chiusura di un’azienda importante del nostro Paese», ha affermato ancora Furlan. «Oggi abbiamo oltre 12 mila lavoratori più un 7-8mila dell’indotto che lavorano per Alitalia. Quindi parliamo di 20 mila famiglie. Spero che ci sia la serietà del piano industriale che è stato garantito, ovvero l’allargamento delle rotte a medio e soprattutto lungo raggio che sono quelle che portano ricchezza. Alitalia non può essere paragonata ad una low cost. E’ doloroso constatare – ha proseguito la leader della Cisl – quanto sia stato incapace il management di Alitalia a gestire il penultimo accordo: ancora una volta a dare il loro contributo sono stati chiamati gli azionisti ed anche le lavoratrici ed i lavoratori della compagnia».

«Chi sta lavorando per il no dovrà prendersi le proprie responsabilità ed avere sulla coscienza migliaia di famiglie; sarebbe un errore enorme ripercorrere quanto accaduto nella recente vertenza dei lavoratori di Almaviva» aggiunge il segretario nazionale della Fit Cisl Emiliano Fiorentino alla vigilia del referendum tra i lavoratori di Alitalia.

«Ad un giorno dall’avvio del referendum il clima tra i lavoratori è inevitabilmente teso e nello stesso tempo pieno di dubbi e perplessità. C’è chi è favorevole all’ipotesi di accordo e chi la respinge a prescindere», afferma Fiorentino. «Noi abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare in questa situazione. Siamo arrivati a scongiurare i licenziamenti garantendo ammortizzatori sociali conservativi, abbiamo riportato in-house alcune parti di azienda che da piano industriale dovevano essere esternalizzate e abbiamo ridotto i 369 milioni di euro richiesti nell’arco di piano al personale navigante a 258 milioni».