«Ai piccoli servono benefici fiscali»

La Prealpina - 04/10/2016

Non basta difendere a parole il negozio di vicinato dall’avanzata di big e grande distribuzione, bisogna passare ai fatti: e quando si parla di inventarsi, far salpare o far proseguire un’impresa, pur piccola che sia, c’è una base irrinunciabile da cui partire, i vantaggi economici, l’abbattimento delle tasse. Perché i costi di gestione e gli affitti salati del centro storico non lasciano troppo margine alle buone intenzioni o alle generiche tutele alla categoria. Non usa giri di parole Marco Parravicini, fiduciario di Ascom Varese, rappresentante sì del piccolo commercio familiare nel cuore della città, ma anche esperto di mercato, di Web e nuove tecnologie applicate allo shopping. Intervenendo sul dibattito innescato dalla Prealpina su crisi e rilancio del settore, il gioielliere di via Morosini parla chiaro: «Sento tante proposte interessanti, ma non vorrei distogliermi troppo dalla realtà dei fatti – sottolinea -. Partiamo da un concetto: un proprietario di locali commerciali che deve affittare oggi è naturalmente predisposto a rivolgersi ai grandi gruppi con disponibilità finanziaria maggiore piuttosto che a piccoli operatori. Le catene possono permettersi prezzi più alti, sono sicure, danno garanzia di successo. Chi non affitterebbe a queste condizioni? Ribaltando il discorso nel settore abitativo, chi mai concederebbe una casa a un inquilino in difficoltà a saldare l’affitto piuttosto che a uno capace di pagare sempre e disposto a versare una cifra persino superiore a quella di mercato?».

Il pensiero corre subito al centro storico di Varese, a corso Matteotti e alle stradine limitrofe da dove inesorabilmente stanno scomparendo i vecchi negozietti di nicchia, gestiti magari da genitori e figli, per lasciare spazio a banche, franchising e marchi internazionali. Forse osteggiati a parole da molti, ma in realtà amatissimi anche dalla clientela che affolla i punti vendita in cerca di prodotti diventati di tendenza. E allora? «Inutile illudersi, servono solo dei benefici fiscali – aggiunge Parravicini -. Nel settore privato esiste la cedolare secca, cioè la tassazione fissa del 20 per cento sugli introiti da affitto: nel settore commerciale non c’è e le cifre fanno cumulo sulla dichiarazione dei redditi, spostando dunque l’aliquota velocemente verso il 43 per cento, lo scaglione massimo. Si potrebbe prevedere lo stesso vantaggio magari per chi affitta non a una catena ma al piccolo commerciante, all’artigiano, al rivenditore singolo. Cominciamo a farlo, sarebbe un primo passo importante». Poi sarà il momento di pensare alla vocazione del centro storico: «Se davvero vogliamo aiutare il commercio di vicinato, non possiamo pensare che possa sostenere gli stessi costi di un franchising, dalla gestione all’occupazione del suolo pubblico. Per una competizione alla pari, prevediamo una tassazione differente. L’attività commerciale dev’essere conveniente. Le grandi catene hanno persino vantaggi ad avere negozi in perdita, magari proprio nelle periferie, perché queste servono a compensare i grandi numeri di Milano, Roma o Firenze, potenziando comunque la diffusione capillare del brand. Il piccolo no. Ora la politica deve dare un segnale forte: si vuole puntare al commercio di vicinato? Lo si faccia davvero: non solo a parole per poi magari spianare la strada nei fatti ai grandi gruppi che hanno un impatto devastante in tutto il nord».