Agenzia del farmaco, missione in Inghilterra

Sta per scattare l’avvio formale della Brexit e l’Italia si mobilita per attrarre investimenti e capitali stranieri, strizzando l’occhio a multinazionali, singoli investitori o big della finanza in fuga dalla City.

Le opzioni allo studio vanno dal “carried interest“, lo sconto fiscale sui fondi di investimento, alla Flat tax per calamitare dall’estero i Paperoni, fino alla candidatura italiana per trasferire a Milano una delle più ambite sedi delle agenzie europee di base a Londra, l’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema), meglio nota come Agenzia del farmaco.

Il 29 marzo partiranno i negoziati per l’uscita del Regno Unito dalla Ue e, sebbene ci vorranno ancora due anni prima di vedere definiti i nuovi parametri, l’incertezza sulla normativa che regolerà attività e scambi può innescare fin da ora una migrazione che il nostro Paese punta a intercettare. E in questo sforzo si inquadra la missione a Londra, mercoledì prossimo, dei ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan (nella foto) e degli Esteri Angelino Alfano. Con loro anche il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni e il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, impegnati nella partita per conquistare l’Ema. Partita tutta aperta che vede tra i candidati ufficiali anche Irlanda, Svezia, Austria, Ungheria e Malta e in via informale Spagna, Danimarca, Germania, Finlandia.

L’Agenzia fa gola per dimensioni e soprattutto per la capacità di sviluppo dell’indotto: dà lavoro a circa 900 persone e può contare su un budget che si aggira sui 300 milioni di euro l’anno. In più, è motore di numerosissimi eventi e organizza 500 meeting internazionali all’anno calamitando oltre 60.000 arrivi.

Ma è soprattutto sul terreno del fisco che si gioca la scommessa post-Brexit. Il Regno Unito potrebbe non essere più una buona carta trovandosi fuori dal sistema che finora ha garantito meccanismi di semplificazione sull’Iva e, per le multinazionali, un alleggerimento del prelievo su royalties e dividendi. Così l’Italia ha allo studio – secondo alcune indiscrezioni riportate dal Sole24Ore il “carried interest“: tecnicamente è la remunerazione distribuita a professionisti, gestori di fondi, quando, alla fine del periodo di investimento e in sede di disinvestimento, vengono superati dei rendimenti minimi per gli azionisti dei fondi, detti hurdle rate. Il governo ne sta valutando una versione più vantaggiosa che preveda la tassazione applicata sui capital gain, con l’aliquota del 26%, anziché quella Irpef del 43% sui redditi da lavoro dipendente, a patto che l’investitore sottoscriva almeno l’1% del capitale del fondo. La caccia si allarga anche ai contribuenti-Paperoni con la “Flat tax.” Una misura che garantisce una tassazione fissa di 100.000 euro sui redditi all’estero per chi deciderà di trasferire la residenza in Italia.