Accordo fiscale con l’Italia: Svizzera pronta al piano B ma è mistero sui contenuti

Il piano B della Svizzera in caso di mancato accordo fiscale con l’Italia – patto che ha tra i suoi capitoli anche la nuova tassazione per i lavoratori frontalieri – rimane sotto embargo e segreto. Lo si evince da una risposta ad un postulato che il Governo, a Berna, fornisce ad un deputato ticinese, Giovanni Merlini. Non ci sarà quindi nessun rapporto scritto od orale, per ora, per illustrare lo scenario strategico del Consiglio federale in caso di rifiuto dell’Italia di firmare il nuovo accordo fiscale.

Pubblicandolo, sostengono i ministri, verrebbe compromesso considerevolmente il margine di manovra di Berna e, di conseguenza, le sue probabilità di successo.

La notizia indiretta è che il piano c’è, ma non si vede, e tanto basta per suscitare ilarità nei partiti che con più forza da anni chiedono al Consiglio federale di mettere Roma alle strette, mentre fa plaudire gli altri, pochi per la verità, che cercano la via della diplomazia. Fuori da queste considerazioni, lo stesso Esecutivo svizzero ritiene che la situazione attuale in merito all’accordo sull’imposizione dei lavoratori frontalieri, parafato il 22 dicembre 2015, non è soddisfacente. Il 14 gennaio 2019 il ministro degli esteri italiano Enzo Moavero Milanesi nella sua visita a Lugano si è comunque impegnato con l’omologo elvetico Ignazio Cassis a trasmettere alla Svizzera una risposta definitiva entro la fine della primavera che, tuttavia, tarda ad arrivare come le altre promesse dal 2015 ad oggi.

Prima dell’incontro dei sovranisti a Piazza Duomo a Milano, il ministro Matteo Salvini aveva risposto che «l’accordo sui frontalieri è uno dei temi sui quali mi auguro si possa fare più in fretta.

È comprensibile l’esigenza della Svizzera di fare in fretta, ma noi naturalmente – dal nostro punto di vista – dobbiamo tutelare la previdenza e il risparmio dei lavoratori italiani». Risposta che non ha bisogno di molti commenti, che non scompone tuttavia i diplomatici bernesi che fanno notare che Ticino e Lombardia hanno intavolato un dialogo per promuovere l’accordo a livello regionale.

Fanno sapere poi che sono già state fatte varie riflessioni circa i possibili scenari nonché i provvedimenti da adottare se non si dovessero intravedere sviluppi a medio termine, ma il tutto sarà oggetto di discussione all’occorrenza e nella cerchia ristretta composta dai diversi attori interessati, tra cui il Cantone Ticino, come del resto è già stato fatto in passato. Questo è un aspetto interessante, è risaputo da tempo che ci siano buono rapporti tra il parlamento ticinese e quello regionale lombardo ma bisogna capire se sarà possibile negoziare per entrambi materie che sono di competenza federale e romana. Il dato certo è che il Ticino, che da tempo utilizza questo tema anche a livello elettorale, non accetterà condizioni penalizzanti per il loro paese, soprattutto in un momento faticoso per la piazza finanziaria locale, con la perdita di gruppi internazionali della moda che lasciano il Cantone. Di ieri l’altro è la notizia della partenza di una parte dell’attività di Kering, gruppo internazionale del lusso, che comporterà minore gettito fiscale per il Ticino di alcune decine di milioni di euro.