Accordi territoriali per i supermercati

La Prealpina - 30/09/2016

Non c’è soltanto Gianni Morandi che va a fare la spesa di domenica. A fargli compagnia sono ogni fine settimana anche migliaia di varesini. E riempire il carrello nel giorno festivo piace a tal punto che, nel giro di qualche anno, proprio la domenica si è conquistata la medaglia di bronzo tra i giorni con il maggior numero di clienti. Non solo. Ci sono alcuni casi si supermercati e iper in cui raggiunge il secondo posto. Una buona notizia per gli incassi della grande distribuzione varesina? Non proprio. Perché l’analisi dell’andamento del mercato dimostra come, passato il boom della novità domenicale, poi gli incassi si sono stabilizzati, semplicemente ridistribuendosi nei giorni della settimana. Così, ad esempio, chi non ama fare code può andare a fare la spesa dal lunedì al mercoledì: troverà sicuramente meno persone.

Fin qui chi compra. Ma chi lavora in cassa o dietro banconi? E non stiamo parlando di qualche centinaia di persone. Basti pensare che i dipendenti della grande distribuzione in provincia di Varese superano le 42mila unità. E per loro, il lavoro domenicale non è stata proprio una bella novità.

«I dipendenti si sono trovati di fronte a una sorta di flessibilità selvaggia da parte delle diverse catene – spiega Pino Pizzo della Cgil – che diventa sempre più difficile gestire. Tanto più che le domeniche sono rientrate nell’orario ordinario di lavoro, con una maggiorazione di stipendio veramente minima. Quindi, dal punto di vista della busta paga non cambia molto. Cambia tutto, invece, dal punto di vista sociale, perché, ad esempio, non si tiene conto che i tempi e l’organizzazione della città e dei servizi non sono cambiati in rapporto alle aperture dei supermercati». Insomma, mettendo sul piatto della bilancia risultati ottenuti dalle aziende e sacrifici dei lavoratori, sembra proprio che le liberalizzazioni varate dal governo Monti non abbiano portato grandi benefici né alla crescita dell’economia locale, né al mercato del lavoro.

E la convinzione si rafforza ancora di più andando ad analizzare le aperture dei market 24 ore su 24. «Sono un vero flop – spiega Pizzo. Forse anche per una ragione di mentalità. Quelli che vendono battono scontrini al massimo fino a mezzanotte o l’una ma niente di più. Durante la notte i clienti sono molto rari.

E teniamo presente che, ovviamente, i banchi servizi sono chiusi. Nelle strutture, di notte, c’è un commesso (quasi sempre lavoratore somministrato) e una guardia giurata». Eppure nessuno ha intenzione di chiudere o di rivedere i propri programmi. E anche chi non fa le ventiquattr’ore filate sta pensando di anticipare di qualche mezz’ora l’apertura o di ritardare la chiusura. Nessuno si tira indietro, insomma, la concorrenza è spietata.

«È chiaro che anche la Gdo attraversa un momento di rallentamento – spiega – e l’unico obiettivo è quello di accaparrarsi nuovi clienti. Quello che invece servirebbe davvero sarebbe una nuova forma di regolazione che derivi da accordi con i singoli territori, per avere condizioni con aperture anche studiate a tavolino, sulla base delle esigenze e delle caratteristiche delle singole aree.

Si potrebbero ad esempio fissare almeno cinque o sei giornate di festività laiche o religiose per le chiusure. Sarebbe una decisione utile».