Abruzzo Camere di commercio La fusione è una chimera

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È un matrimonio difficile, quello tra la Camera di commercio dell’Aquila e di Teramo. Una fusione piena di incognite e incertezze, che non ha trovato finora un approdo. A pesare è anche la mancanza del Decreto attuativo sul riordino del sistema camerale, in discussione al Governo da più di un anno, che dovrebbe dettare tempi, modalità e funzioni dei “nuovi” enti camerali. Linee guida che potrebbero spostare l’ago della bilancia e ridisegnare completamente la geografia delle Camere di commercio. In Abruzzo la situazione è complessa. Le Camere di commercio di Pescara e Chieti hanno già operato da tempo la fusione, ma tra L’Aquila e Teramo il percorso è a tutt’oggi pieno di ostacoli.

FUSIONE. Uno dei passaggi più spinosi del secondo mandato di Lorenzo Santilli, presidente della Camera di commercio aquilana, è quello di portare a termine la fusione con Teramo, cercando di mantenere i necessari equilibri territoriali e di non svuotare di competenze e valore il grande contenitore dell’ente camerale, che negli ultimi anni ha rappresentato un punto di riferimento assoluto nella programmazione e promozione territoriale, nei rapporti con le imprese e con il Governo, anche nella battaglia per i fondi post-sisma destinati alle attività produttive. È evidente che Teramo, dal canto suo, non molla e tende a conservare un pezzetto di autorità, se non ad avere la meglio su sedi, uffici, competenze e personale. Santilli ha preferito, al momento, non rilasciare dichiarazioni sulla questione, considerando la delicata fase di passaggio.

RAPPORTI INTERNI. Tutto più facile, invece, tra Pescara e Chieti dove la fusione è già un passo avanti e il decreto del Governo servirà solo a “limare” un accordo già raggiunto da tempo. Del resto, i rapporti interni hanno giocato la loro parte. Lorenzo Santilli, oltre che presidente della Camera di commercio dell’Aquila, guida anche Unioncamere regionale, di cui è vice presidente Roberto Di Vincenzo, al timone della Camera di commercio di Chieti. Un’intesa, questa, che ha portato a una valida collaborazione anche sul fronte della programmazione regionale. Lo stesso non si può dire per Giandomenico Di Sante, presidente dell’ente camerale teramano, spesso in dissenso con la “politica gestionale” di Unioncamere. Tanto da non prendere parte alle ultime iniziative pubbliche del Cresa.

LA POSTA IN GIOCO. Solo a decreto pubblicato, si saprà realmente il peso della mini-rivoluzione in atto sulla rete di rioganizzazione delle Camere di commercio. Ma il braccio di ferro tra L’Aquila e Teramo si gioca su molti fronti: la sede operativa e amministrativa del nuovo ente che uscirà dalla fusione, la dislocazione degli uffici, il personale. E come avvenuto già per l’ospedale unico di riferimento, anche per la Camera di commercio il dualismo tra i due versanti del Gran Sasso rischia di creare frizioni.

PERSONALE. La prima ipotesi di riordino del sistema camerale prevedeva tagli alle risorse finanziarie e alla promozione del territorio. In Abruzzo a rischio ci sono 32 dipendenti dei Centri di ricerca e delle due aziende camerali. L’iniziale progetto di riforma, oltre alla riduzione del numero dei tre centri di ricerca (Cresa, Centro interno e Centro esteri), individuava una sola Azienda speciale.

Ipotesi da scongiurare, bocciata in pieno da Unioncamere Abruzzo, che fin dall’inizio ha lavorato a un percorso di tutela di tutto il personale, attivando una serie di tavoli di concertazione finalizzati alla salvaguardia dell’occupazione.