A rischio 14mila piccole imprese

La Prealpina - 21/03/2018

Non bastava la crisi economica a mettere a dura prova le imprese artigiane varesine. Ora, proprio quando la ripresa sta prendendo forma, un altro pericolo si affaccia all’orizzonte. Si chiama sommerso, che inevitabilmente va a colpire chi pratica la propria attività seguendo le regole. Così, in provincia, ben 14mila imprese sono a rischio, vittime di quella che è la concorrenza sleale più difficile da combattere. A lanciare l’allarme è il presidente di Confartigianato Varese, Davide Galli.

«La nostra provincia – spiega il numero uno degli artigiani varesini – conserva un ampio margine di rischio, con migliaia di aziende esposte al rischio della concorrenza sleale. Sono circa il 64 per cento dell’intero artigianato locale. E la concorrenza sleale rischia di trasformarsi in un bomba a orologeria: le imprese che agiscono nella irregolarità non solo possono mantenere prezzi più bassi, mettendo fuori mercato le imprese corrette con analoghe funzioni di produzione, ma dimostrano una minore propensione all’investimento e nel contempo spiazzano gli investimenti delle imprese che non evadono e non trovano redditività adeguata per l’ampliamento delle dimensioni aziendali».

Insomma, il sommerso rischia di sotterrare l’economia sana, quella delle piccole e medie imprese che, in due casi su tre, sono esposte a una concorrenza sleale che le riduce con il fiato corto. Soprattutto in quei settori che – stando a una analisi condotta da Confartigianato a livello nazionale – sono maggiormente esposti alle irregolarità. Nell’ordine: costruzioni, con 501.834 imprese artigiane (il 37,8% del totale nazionale) e un tasso di lavoro irregolare del 16,9%; altri servizi alla persona, con 191.917 imprese (14,5%) e un tasso del 25,2%; trasporti e magazzinaggio, con 85.706 imprese (6,5%) ed un tasso del 19,9%; servizi di alloggio e di ristorazione con 48.652 imprese (3,7%) ed un tasso del 26,7%.

Quanto pesa il lavoro sommerso? Un dato su tutti: nel 2015 (e, ad oggi, la situazione può considerarsi pressoché invariata) in Italia il lavoro sommerso era arrivato a pesare più di quello della Pubblica amministrazione, con 3.723.600 irregolare in tutto, ovvero l’11,6% in più (388mila unità) rispetto alle 3.335.600 unità di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

«Abbiamo più volte ribadito l’importanza delle regole come punto di riferimento imprescindibile per un mercato libero e sano – prosegue Davide Galli – Regole chiare, semplici, eque e non sottoposte a rimaneggiamenti normativi che altro non fanno se non complicare vita e lavoro, soprattutto alle Pmi». Eppure «i numeri ci dicono che molto resta da fare. Il legislatore, per primo, metta in cima alla lista delle priorità un processo di semplificazione indispensabile e non più rinviabile» sollecita Galli. E poi l’appello anche ai consumatori. « Il consumatore inizia a riconsiderare una scala di valori fondata su prodotti e servizi di qualità, certificati, ed eseguiti da professionisti qualificati: solo così l’economia delle Pmi potrà continuare a esistere e a portare benessere sul territorio».