A gonfie vele il “matrimonio” tra Camera di Commercio di Biella e Vercelli

 

Dal 6 giugno dello scorso anno Alessandro Ciccioni è il presidente della nuova Camera di Commercio di Biella e Vercelli. Classe 1974, è laureato in Agraria con specializzazione in Viticoltura e Enologia; vice presidente del Gruppo Giovani Industriali Biellesi, imprenditore, nel 2006 apre a Mottalciata l’unità biellese della PMI Stampi e Stampaggi, fondata dal padre nel 1975. È amministratore delegato dell’azienda vinicola Centovigne di Castellengo.

A poco meno di un anno dall’incarico di presidenza in seno alla nuova CCIAA, Newsbiella lo ha intervistato per capire quali siano gli esiti di questo “matrimonio” camerale tra le due province.

Dopo il “matrimonio” con la Camera di Commercio di Vercelli, come funziona il nuovo ente camerale?

L’accorpamento fatto tra le due Camere di Commercio è stato un successo. I due territori sono diversi ma possono essere uniti sotto una stella comune. Per me il lavoro è doppio, ma c’è un bel clima di collaborazione. Questo metodo di lavoro condiviso mi ha portato a fare un ragionamento sulle aree territoriali confinanti. A partire da un dato di fatto: la legge prevede che entro la fine del 2017 le Camere di Commercio italiane non potranno essere più di 60. Questo vuol dire che ci saranno necessariamente nuovi accorpamenti. Ma bisogna fare attenzione, perché non ha alcun senso accorpare due province che non sono nemmeno territorialmente contigue, come Novara e Alessandria, per esempio. Per questo motivo ho espresso in giunta la mia non contrarietà ad un accorpamento ulteriore con Novara, con un invito al VCO a fare un ragionamento sull’eventualità di aggregarsi.

Dal punto di vista politico-economico queste unioni quali problematiche nascondono?

Beh, sostanzialmente ci sono due ordini di problemi. Il primo è quello politico: diminuiscono i centri decisionali, ma anche la rappresentanza dei territori. Il secondo è economico: noi abbiamo ottimizzato le sedi in modo da poter stare in piedi, sia a Biella sia a Vercelli, quindi nessuno dei due territori perde nulla. Altri territori in Italia, invece, hanno paura che questa nuova procedura porti i loro enti alla chiusura, soprattutto quando i bilanci non sono a posto. Questo è lo scenario.

Che differenze ci sono in questo momento tra Biella e Vercelli?

Vedo Vercelli più aperta ma divisa in due anime, quella della pianura e quella della Valsesia. Tra l’altro, l’anima valsesiana è quella più orientata verso Novara. Non dobbiamo perdere di vista che le aperture non devono andare a discapito dei piccoli territori, o di quelli più marginali.

Dal punto di vista economico come stanno i due territori?

I dati ci dicono che, contrariamente a quanto si possa immaginare, il Vercellese esporta più del Biellese; per il resto il Vercellese si sta muovendo molto bene su alcuni terreni, vedi la partita giocata sulla logistica con Amazon. Stiamo chiedendo la riapertura della tratta ferroviaria Vercelli-Casale, ma ci siamo adoperati anche per concorrere all’elettrificazione della nostra Biella-Santhià.

A Biella, nonostante la crisi, il settore trainante resta il tessile?

Sì, è non dobbiamo vergognarcene. Il tessile resta il fil rouge di ogni interpretazione del nostro territorio. Faccio un esempio legato al food&beverage, altro settore che mi vede impegnato in prima persona: quest’anno andremo a Vinitaly con uno stand che racconta la storia della Lana; l’idea è quella di unire la produzione viticola del nostro territorio (oggi raggruppato sotto una denominazione di secondo livello che è “Coste delle Sesia”) sotto una denominazione “Biella”. Tutti i produttori convergono sul concetto che il vino sia rappresentato dal capoluogo di riferimento, e questa è una novità straordinaria, che permette non di affiancare ma di mettere i campanili uno sopra l’altro per diventare più alti e visibili.

Quindi, secondo lei, Biella ha qualche possibilità di legare il proprio nome anche al food&beverage?

Assolutamente sì, Biella è una città vergine dal punto di vista delle manifestazioni enogastronomiche. Si può lavorare tanto e bene. Con il Comune, proprio su questa partita, c’è una bella collaborazione e una totale convergenza di intenti. Certo, in questo momento l’incertezza istituzionale sulle sorti dell’ATL non aiuta. Come dicevo prima, vanno bene gli accorpamenti, ma a patto che non vadano a detrimento dei diversi territori, ognuno dei quali deve poter evidenziare le proprie peculiarità. Si parla sempre più spesso di nicchie turistiche, ma se si annacqua il concetto di nicchia, si rischia di omogeneizzare troppo la nostra offerta con quella di altri territori, e quindi di perdere attrattività. Ognuno deve poter dare una chiave di lettura del proprio territorio.

Quali sono gli altri partner istituzionali della Camera di Commercio?

Soprattutto le associazioni di categoria. L’Unione Industriale, Ascom, Confesercenti, CNA, Confartigianato, eccetera. Alcune associazioni, purtroppo, patiscono molto il nostro ridotto potere economico alla voce promozione. Abbiamo una penuria totale di fondi, anche se adesso c’è la possibilità di aumentare del 20% il contributo camerale, già ridotto negli ultimi anni del 50%, abbinandolo a progetti da realizzare in collaborazione con la Regione Piemonte. Stiamo puntando su due assi, che sono turismo e alternanza scuola/lavoro. Sempre ammesso che le aziende paghino…

Però prima ci diceva che la Camera di Commercio di Biella con i suoi conti è in ordine, no?

Certo. Però in questi ultimi anni abbiamo perso tante aziende.

Qual è il budget a disposizione della Camera di Commercio per la promozione del territorio?

Allora, giusto per fare capire dove eravamo e dove siamo adesso: nel 2013, sommando Biella e Vercelli, c’erano a disposizione più di 2milioni di euro. Lo scorso anno ce n’erano 150mila, quest’anno sono solo 100mila per i due territori. Senza contare il fatto che ci sono due importanti impegni pluriennali per entrambe le Camere. Città Studi per Biella e Alpe di Mera per Vercelli, che drenano l’80% dei soldi.

Come mai questa incredibile contrazione da 2milioni di euro a 100mila?

Perché i costi fissi, ancorché razionalizzati e ridotti all’osso, rimangono a carico dell’ente, mentre gli incassi sono più che dimezzati. Le aziende non si sono accorte del fatto che i diritti camerali sono stati dimezzati. Poi, se guardiamo al fatto che un paio di anni fa sembrava che le Camere di Commercio dovessero essere completamente cancellate… Ora almeno c’è di nuovo un minimo di apertura da parte del governo.