5.000 posti in Ticino

La Prealpina - 14/05/2022

L’espansione dell’economia e il contemporaneo ritiro in pensione di circa 24.000 lavoratori attivi oggi, nei prossimi cinque anni potrebbero tradursi in una forte mancanza di manodopera in Ticino. Questo malgrado l’arrivo sul mercato di circa 28.000 giovani alla fine della formazione. Le stime più prudenti – dato quanto visto negli ultimi anni e l’evoluzione della situazione mondiale con pandemie e guerre – parlano di 5.000 impieghi che rischiano di non essere occupati in uno scenario a breve termine. Quelle ritenute realistiche ne indicano 12.000 ma potrebbero essere anche 18.000. E ciò a fronte di un numero totale di occupati che oggi è di circa 235.000. A sostenerlo è uno studio realizzato dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) per conto dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) e presentato mercoledì, un dossier che ipotizza tre scenari con una certezza: nei prossimi anni l’economia produrrà – sempre secondo le analisi – tra 24.000 e 46. 000 posti di lavoro a dipendenza dello scenario che si verificherà.

L’analisi, che non è fatta per capire quanti frontalieri mancheranno o saranno occupati, questo sia chiaro, ha tuttavia sorpreso anche questa categoria di lavoratori, attenti alle evoluzioni sul confine perché il Ticino è poi il primo “datore” di lavoro di queste aree. I dati esposti aprono una riflessione molto più ampia sul mercato professionale in Svizzera o nei cantoni italofoni che da sempre impiegano stranieri con Permesso G. Dapprima va detto che l’invecchiamento della popolazione è comune a tutta l’area insubrica e che vi sono figure tecniche che pare difficile possano essere rimpiazzate nei prossimi anni (vedi articolo a lato, ndr).

Anche per questo motivo gli industriali ticinesi chiedono alle autorità cantonali ed alle organizzazioni professionali di riflettere sul sistema scolastico e formativo ticinese per orientare maggiormente fin dalla scuola dell’obbligo verso settori tecnici o tecnologici.

Come detto, questo è un dato che fa tendere le orecchie anche da questa parte della frontiera dove, almeno nell’area di confine, il tessuto industriale produttivo è davvero ai minimi termini, almeno nel nord della provincia di Varese. Ma vi è sul piatto un fatto in più, fuori dalla ricerca della SUPSI che può essere “mescolato” nella riflessione: mancano attualmente anche lavoratori stagionali in Ticino, camerieri, baristi e cuochi in particolare. La stessa mancanza si fa sentire anche in Italia, con cartelli di ricerca personale visibili sul Ceresio e Maggiore.

Tornando al Ticino, alcuni locali storici ridurranno i servizi per questo motivo ed a Lugano e Locarno sono alla ricerca di personale che prima arrivava proprio dalle province italiane. Se non vanno più in Svizzera come stagionali, se non lo fanno più in Italia, dove hanno trovato occupazione? Secondo i gestori di queste attività la pandemia ha cambiato la vita di molte persone portandole a decidere diversamente del proprio futuro, almeno per quei mestieri che richiedono grandi sacrifici in termini di orario e disponibilità. Scelte fatte non solo da camerieri o baristi, ma anche da frontalieri impiegati nel terziario che hanno deciso di lavorare meno, con meno soldi e con maggiore qualità di vita.